18 APRILE 1944: SAF (SERVIZIO AUSILIARIO FEMMINILE)
Il Servizio
Ausiliario Femminile (SAF) è stato un corpo femminile delle
forze armate della Repubblica Sociale Italiana. Il Servizio Ausiliario Femminile venne fondato il 18 aprile
1944 con il decreto ministeriale N. 447, come supporto allo sforzo bellico. Il
comando fu affidato al generale di brigata Piera Gatteschi Fondelli.Il
regolamento voluto da Piera, nominata generale di brigata, è rigido: niente pantaloni,
niente trucco, niente fumo, nessuna concessione al cameratismo. La Gatteschi
vuole che nessuno pensi alla sue ragazze come a delle esaltate o le ritenga di
facili costumi: patriottismo e moralità sono le basi su cui intende costruire
la nuova realtà delle donne soldato che però vuole molto femminili. «Non volevo
un esercito di amazzoni» dirà molti anni dopo «ma di ausiliarie, di sorelle dei
combattenti». Le ausiliarie prestano assistenza infermieristica negli ospedali
militari, lavorano negli uffici e alla propaganda, allestiscono posti mobili di
ristoro per la truppa. In totale le donne arruolate saranno 6.000.L'arruolamento
era volontario e molte ragazze arrivarono dal servizio ausiliario della Xª Flottiglia MAS, che fino ad
allora aveva raccolto 300 ragazze, in maniera spontanea ma disorganizzata. Al
corpo vennero affidati anche compiti importanti e rischiosi, quali vere
operazioni di sabotaggio.
«Le nostre donne hanno indossato la divisa, e sul bavero della giacca
han messo l’alloro con il gladio di Roma. Le nostre donne hanno abbandonato il
focolare domestico, le cure della casa e son diventate soldati. Non indossano
più leggere, fruscianti camicette di seta, profumate di violetta o di gardenia,
ma una rozza camicia grigioverde. Non ondeggiano sorridenti e molli sulle alte
suole di sughero, ma marciano serene e fiduciose al ritmo degli scarponi
chiodati.
È uno spettacolo nuovo al quale non eravamo abituati. Le avevamo già
viste le nostre donne in divisa, è vero; ma solo come sorelle di carità nell’ampio
abito blu delle crocerossine, con in fronte, sul bianco del velo, la rossa
croce della misericordia. Le abbiamo viste di sfuggita qualche volta nelle
immediate retrovie del fronte, quando i feriti venivano caricati sui treni
ospedale ed esse erano le prime a dar loro un po’ di serenità sorridendo.
Perché il sorriso di una donna può anche non far sentire il martirio della
carne lacerata.
Poi le abbiamo viste, silenziose, mai ferme, instancabili, andare e
venire senza sosta nelle bianche corsie degli ospedali. Le abbiamo viste
correre al letto di un ferito gemente ed accarezzarne il viso, così spesso
imberbe, contratto dal dolore. Una carezza materna che allontanava il martirio.
Le abbiamo tante volte viste asciugare furtivamente una lacrima per la morte di
un soldato affidato alle loro cure, e ritornare poi, virilmente forti, a
riprendere l’opera dopo l’attimo di sconforto.
Erano donne d’una indubbia nobiltà di sangue e di cuore che, lasciate
le luccicanti tolette di gala, avevano indossato l’abito severo delle
crocerossine.
Ma, pure vivendo tra i soldati ed operando per questi, nulla esse
avevano di militare. Erano le immagini viventi di una pietà profondamente
femminile: pietà di madri, di sorelle tutta intesa ad alleviare le sofferenze
di figli e di fratelli sconosciuti.
Ed esse continuano ancora la loro opera. Le infermiere volontarie di
Croce Rossa sono rimaste al loro posto di sacrificio, a servire in umiltà i
figli più martoriati della grande Madre. Ed oggi accanto a loro, si sono poste
tante altre donne italiane. Sono in maggioranza donne del popolo; fanciulle
cresciute nello spirito del Fascismo, che non hanno potuto sopportare inattive
l’onta dell’8 settembre. Ed hanno chiesto di arruolarsi, di impugnare loro
quelle armi gettate e rifiutati dai vigliacchi.
Il gesto di queste donne ed il successivo decreto del Governo
Repubblicano di istituire un corpo ausiliario femminile, ha fatto torcere il
naso e gridare allo scandalo i soliti catoni da caffè. Come, le nostre donne
tra i soldati? È uno scandalo autorizzato dal Governo; è immorale, è
anticristiano, antisociale. Poi, ancora: questo fascismo che ha sempre
predicato di proteggere la famiglia, ora spinge queste donne fuori della casa,
le manda al fronte. E questo dopo aver gridato ai quattro venti l’inumanità del
bolscevismo che ha fatto altrettanto.
Parole che lasciano naturalmente, fra di noi, il tempo che trovano.
Perché sappiamo chiaramente qual è l’altissimo significato e l’altissimo
compito del Servizio Ausiliario Femminile.
Troppi uomini hanno disertato e vegetano invigliacchiti nei caffè. E
queste donne, superbamente italiane, li sostituiscono. Non però nel
combattimento, che sarebbe come ripudiare la femminilità, ma in quelle mansioni
che sono prettamente femminili. Esse saranno le infermiere, saranno le cuoche,
saranno le sarte, saranno le scrivanie dei nostri soldati che combattono.
Saranno in una parola le mamme, vigili ed attente, che cureranno i loro
figlioli. Saranno le buone spose che faranno trovare al combattente, di ritorno
da un’azione, una buona minestra calda, la pratica già sbrigata per il sussidio
ai vecchi genitori, le bende pronte per medicare la ferita.
Ma se il destino lo vorrà, queste donne, che nulla han perso della loro
femminilità perché han continuato a fare le donne in ogni momenti della loro
giornata, se il destino lo vorrà, esse sapranno però anche imbracciare il
fucile. Lo imbracceranno per difendere il corpo del proprio uomo caduto, per
difendere la loro casa minacciata, per difendere il bambino ignaro. Le donne di
Firenze insegnano. Ed in cantoni da caffè riordinino che questi non sono atti
di sanguinarie, di femminile che hanno perduto la loro casa crollare, il loro
focolare distrutto, i loro bambini uccisi. È l’istinto più forte di
conservazione che spinge queste donne a difendere, con una forza sorta
all’improvviso dal più profondo della loro femminilità, quello che esse han
creato soffrendo.
Guardiamo quindi queste nostre ragazze del Servizio Ausiliario
Femminile, con orgoglio; in esse ritroviamo l’antica virtù rinata, l’antico
amore di Patria di cui furono animate le donne di Sparta e di Roma, le donne
guerriere del nostro Risorgimento. Al di sopra della famiglia, ne esiste
un’altra, più grande; una famiglia che si chiama Italia ed alla quale tutto bisogna
dare, perché non sia smembrata, perché viva ancora, forte e rispettata.
Migliaia di nostre donne hanno capito questo: sono giovinette, donne
mature, mamme anche che sanno, che sentono come solo sanno sentire le donne,
che solo così operando, i loro uomini, i loro figli potranno domani essere fieri
di dire: io sono italiano.
tratto da “Donne d’Italia”, numero
unico edito dai Gruppi Femminili Fascisti Repubblicani di Milano nel Settembre
1944)
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